Coffe Break di Giusi licata

C'era una volta il calcio

Oggi lo stadio si è trasferito nella tastiera

C'era una volta il calcio

Una volta tifare per una squadra consisteva in un atteggiamento diverso rispetto ad oggi. Nell’era moderna la maniera di interpretare il proprio amore nei confronti della squadra di calcio del cuore è completamente cambiata. Il tifoso di un tempo metteva in evidenza tutta la sua passione in particolar modo dentro lo stadio; il suo attaccamento ai colori sociali si estrinsecava in maniera esclusiva sulla parte tecnica; i commenti, le critiche, gli elogi riguardavano  la formazione, il comportamento della squadra in campo, la tattica, i giocatori e l’allenatore. Bene o male della società si conosceva la storia, il nome del presidente e i nomi dei dirigenti a malapena li sapevano i più informati. Era un amore diverso con idoli più sul manto erboso che fuori. Un attaccamento ai colori che erano una fede. La grande attesa prima della domenica sfociava poi con il grande sfogo allo stadio dove erano 90 minuti di passione per i propri beniamini. Insomma la squadra prima di tutto. E basta. Oggi sono cambiate tante cose. Il tifoso guarda i nomi della dirigenza come se fosse la formazione da mandare in campo.

Il tifoso guarda i nomi della dirigenza come se fosse la formazione da mandare in campo


C'era una volta il calcio

Non si tratta di solo questo. Il tifoso al bar ma soprattutto sulle tastiere dei social, oggi non si ferma solo alle prestazioni della squadra. E alcuni lo fanno pure senza essere andati mai allo stadio.  Oggi  si discute di tanto altro come bilanci, far play finanziario, sanzioni economiche, ricavi,  plusvalenze e varie altre competenze. Con questo cambiamento non può certamente sorprendere che gli argomenti maggiori del parlare di calcio siano diventati i risultati economici evidenziatisi nel bilancio di una società. L'attenzione del tifoso moderno offre  un confronto di valutazioni di parte che  dal terreno di gioco si sposta sui tavoli amministrativi delle società: la mia squadra  fattura di più, quell’altra spende meno oppure presenta più plusvalenze sui giovani e via dicendo come temi legati al marketing e agli sponsor, i ricavi televisivi, la vendita dei biglietti e dei calciatori. E non solo. Tanti hanno la pretesa di sostituirsi ai commentatori o ai giornalisti con tanto di fiore all’occhiello. Sono convinti di essere esperti in tutto e alcuni salgono sul piedistallo con atteggiamento da guru nel tentativo di coinvolgere gente il più possibile con i loro giudizi o con le loro notizie occulte che ricevono da canali segreti inarrivabili o inattaccabili. In diversi casi alcuni tifosi con le loro opinioni, purtroppo spesso anche a sproposito, su quelle che possono essere le conseguenze sul club, creano ondate mediatiche contro le quali le società sono costrette a diffondere comunicati per rassicurare l’intera comunità su eventuali pericoli o possibili movimenti. Altri si trasformano in consiglieri d’amministrazione delle società o addirittura hanno la pretesa di entrare nelle tasche di chi gestisce un club chiedendone la testa in caso di presunte mosse errate. Alcuni addirittura diventano pure giornalisti o hanno la pretesa di diventarlo senza, a volte rendersi conto del loro grado di maturità professionale del settore. Insomma la bandiera non è più un simbolo da seguire solamente ma da contemplare, esaminare e giudicare senza, spesso, ricordarsi delle fondamentali basi di questo gioco della sfera di cuoio e cioè l’allenatore, la squadra e la partita.    

 

Rinfresca il tuo sito